teatro a domicilio
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Intervista a Michela Cesaretti Salvi

Michela Cesaretti Salvi è attrice, speaker e contastorie vive da sempre a Roma con due figli, un marito falegname e una gatta un po’ schizzata. Particolarmente importanti nella sua formazione sono Kaya Anderson del Roy Hart Theatre, che basa il suo metodo sullo studio approfondito delle potenzialità della voce, e il narratore Roberto Anglisani. Dal 1991 si occupa di teatro per bambini e adulti come attrice, narratrice, ombrista, collaborando con diverse compagnie e associazioni, tra cui l’Associazione Segnavento, Cantieri dello spettacolo e Tutto un altro genere. Adora leggere e raccontare storie per ascoltatori dai 12 mesi in su. In tempi “normali” porta spettacoli di teatro di narrazione nelle scuole, dai nidi ai licei. Dal 2007 è contralto nel Gruppo Vocale Ottava Rima. Attrice radiofonica per Rai Radio Kids, è la voce del canale Rai Yoyo.

Cosa è il teatro per te?

Il Teatro per me è un luogo di possibilità, è incontro, scambio, condivisione di storie, pratiche, conoscenza, è uno spazio libero e sacro a cui non sono disposta a rinunciare. È una dimensione dell’esistenza direi per me vitale. Il Teatro come luogo fisico mi emoziona sempre, sia quando salgo su un palco che quando siedo in platea. Negli ultimi anni sto lavorando soprattutto da sola e di palchi ne ho visti pochi. Il mio tentativo è quello di portare un pochino di Teatro anche nei luoghi a esso non deputati, trasformando in platea un terrazzo, un cortile, una stanza, un giardino, ma a volte anche la piazzuola dietro un benzinaio in mezzo a una strada trafficata, o un luogo abbandonato; cerco di ritornare a una dimensione essenziale in cui con il corpo e con la voce attivo l’immaginazione di chi ascolta, perché possa fare la sua parte creando tutto quello che non c’è. So bene che l’esperienza che si vive in un vero Teatro è qualcosa di molto più ricco e complesso, e proprio per questo credo che siano necessarie entrambe le cose. A questo proposito non posso tacere il fatto che al momento sono completamente fuori dal sistema teatrale, e questo mi dispiace, soprattutto per la mancanza di occasioni di scambio e di confronto che è possibile vivere per esempio dentro un festival, anche piccolo, di narrazione.  Pago la mia scelta (un pochino obbligata forse) di artigianalità un po’ estrema, inoltre l’autopromozione non è il mio forte (in effetti sono un disastro). Cerco di rimediare a questa situazione di isolamento che rischia di portarmi a una prospettiva autoreferenziale partecipando, quando posso, a stage residenziali, che sono spazi per me sempre vitali.

Come funziona il Teatro Delivery?

Al posto del cibo, a casa (o dove si desidera) arriva un piccolo spettacolo… cibo per l’anima diciamo. Nel mio caso si tratta di narrazioni teatrali. L’idea da cui siamo partiti (come USCA) è che anche in tempi in cui è necessario il distanziamento è possibile vedere uno spettacolo dal vivo… attori in carne e ossa. Ho sempre lavorato mettendo al primo posto la sicurezza, per lo più all’aperto. Ma, come dicevo sopra, anche in tempi meno complicati una storia a domicilio ha il suo perché. Per ricevere una consegna basta andare sul mio sito, scegliere un menù o  crearne uno personalizzato selezionando diverse storie dai vari menù proposti e/o aggiungendo letture a piacere, mi si contatta quindi per telefono per verificare che la scelta sia adatta al pubblico o alla persona a cui è destinata, infine si definiscono insieme tempi, luogo e modalità della consegna. Questo per quanto riguarda il Teatro Delivery a Roma, ma sono diversi gli artisti e le compagnie che in tutta Italia e non solo hanno aderito alle  USCA, Unità Speciali di Continuità Artistica, formate nel dicembre 2020 da Ippolito Chiarello, attore e regista pugliese che già undici anni prima aveva creato il barbonaggio teatrale . Ippolito ha costruito una rete di intenti, condividendo il suo format e soprattutto un pensiero: quello di non abbandonare il nostro pubblico e rivendicare la necessità e la dignità del nostro lavoro. 

Cosa hai scoperto portando il teatro a domicilio? Cosa hai "perso" e cosa hai "scoperto/guadagnato" con questa nuova modalità?

È stata un’esperienza esaltante. Ho scoperto che le mie storie funzionano nei contesti più diversi, e che trovo stimolante ogni volta dovermi adattare alla situazione. Ho avuto conferma del fatto che raccontare le storie aiuta a entrare in relazione con chi ascolta, creando, appunto, un rapporto “sentimentale” con il pubblico, grazie allo scambio potente che si attiva tra chi narra e chi riceve il racconto… La sensazione è che si formi una specie di bolla magica che isola noi che siamo dentro la storia da ciò che intorno potrebbe portare disturbo. Ho potuto verificare quanto condividere un’esperienza di ascolto faccia sentire vicini nonostante la distanza fisica e le mascherine… come questa modalità così povera ed essenziale sia utile per sentirsi parte di una comunità. Ho vissuto momenti molto intensi ed emozionanti, ho ricevuto sorrisi e gratitudine in ogni sua forma. Non sento di aver perso nulla, credo piuttosto di dover imparare a gestire meglio gli aspetti meno artistici di questo lavoro, diciamo così, e comunque non si smette mai di imparare e di crescere, soprattutto in questo mestiere.

Raccontaci di Scuola a zero stereotipi….

Scuola a zero stereotipi è un progetto a cui tengo molto e che reputo estremamente necessario. Sono socia e formatrice dell’Associazione TUTTO UN ALTRO GENERE che è nata nel 2013 con uno spettacolo teatrale sulla violenza sulle donne. In sinergia con l’Associazione Montessori Brescia, con la quale collabora ormai mai da tempo, TUAG ha immaginato e realizzato un corso di formazione per educatori e educatrici della scuola dell’infanzia e insegnanti della scuola primaria e secondaria di primo grado. L’idea era quella di formare i formatori e le formatrici affinché potessero ampliare la loro esperienza sugli stereotipi e prenderne coscienza per riconoscerli e combatterli. Fornire dunque nuovi strumenti per disinnescare l’effetto dannoso degli stereotipi di genere e poter quindi aiutare bambine e bambini nello sviluppo del loro potenziale. Il corso, gratuito, si è articolato in cinque incontri online tra novembre e dicembre, in cui si sono alternati  esperte ed esperti che da anni studiano il tema degli stereotipi di genere nell’educazione, nei processi formativi, nel linguaggio, nella produzione libraria e nell’immaginario, accanto a testimonianze di uomini e donne che con le loro storie personali rappresentano la prova vivente della possibilità di superare la barriera del pregiudizio.  Abbiamo appena concluso gli incontri laboratoriali. Posso dire che è stato un percorso davvero nutriente e illuminante! Parte del progetto è anche il laboratorio che intendiamo portare nelle scuole dell’infanzia e primaria, che ha per protagonisti due gatti magici, Zeus e Artemide. Attraverso la loro storia e  la canzone contenuta nell’audiolibro i due amici parlano, in maniera leggera e giocosa, ai bambini e alle bambine di cosa sono gli stereotipi, li invitano a unirsi a loro per diventare cacciattrici e cacciatori di stereotipi,  costruiscono insieme alla classe uno strumento indispensabile, una lente di ingrandimento con cui  bambini e bambine riusciranno a trovare le carte dei mestieri… viene quindi proposta un’attività creativa di messa in scena delle professioni che bambine e  bambini potrebbero praticare fuori da ogni stereotipo.

In verità non avendo una vera frequentazione dell’ambiente teatrale non ho grandi cose da dire su questo punto. Pensando alla mia storia, quand’ero giovane e carina mi sono accadute le cose tipiche che capitano a un’attrice agli esordi. Tipo il produttore che ti dice che ti vedrebbe bene in una sauna… il fotografo che ti si avvinghia addosso sussurrandoti che sei bella anche dentro… lo stimato attore di una trentina d’anni più grande che ti chiude in un angolo dell’ascensore per rispondere a una tua richiesta sulle lezioni private. Quando cerco di proporre le mie narrazioni alle scuole invece mi scontro con il fatto di non essere un personaggio conosciuto e di non avere alle spalle una associazione importante… può sembrare paradossale ma io che cerco da tanti anni di lavorare sull’ascolto non riesco a farmi ascoltare, in quel caso, dagli adulti (che poi quando posso entrarci dentro a una scuola e arrivare ai bambini è tutta un’altra musica)… non so se tutto ciò può essere pertinente.

 

A quale progetto stai lavorando?

Mi piacerebbe molto riuscire ad arrivare, con il Teatro Delivery, nei luoghi dove il bisogno di ascoltare le storie è più grande. Parlo per esempio di pensionati, scuole dei quartieri più periferici, piccoli parchi che devono essere riqualificati, ospedali, carceri. Diverse delle mie narrazioni parlano di donne e della loro capacità di essere libere. Mi piacerebbe moltissimo raccontare le mie storie in un centro antiviolenza. Nel gennaio 2020 sono riuscita a portare una narrazione con oggetti dedicata ai più piccoli alle mamme e a bambine e bambini di Rebibbia, è stata un’esperienza importante, una giornata diversa per loro, e anche per me. Sono consapevole del fatto che da sola non posso farcela. Sono alla ricerca di un bando o di un altro modo per ottenere il sostegno di una istituzione, che mi consenta di arrivare in questi luoghi con una struttura alle spalle… che riconosca che questo lavoro ha una valenza importante e che è utile e necessario portarlo dove l’accesso a simili proposte culturali non è affatto scontato. 

 

E’ un momento davvero difficile per l’arte e la cultura, spesso sembra che venga considerata qualcosa di “rinunciabile” o di “non troppo importante” per la società. Anche tu hai questa impressione? E se si, perché a tuo avviso?

Sì, anch’io ho questa impressione e quello che tento di fare va in direzione opposta e contraria, non a caso. A ottobre 2020 i teatri e i cinema sono stati i primi a dover nuovamente chiudere, quando erano luoghi molto poco affollati in cui le norme anti-covid venivano rispettate nel modo più scrupoloso. L’arte e la cultura appaiono come qualcosa di accessorio, basta vedere anche il modo in cui viene trattata la scuola per rendersene conto. È davvero molto triste, quando proprio in un momento di crisi come quello che stiamo attraversando sarebbe fondamentale cambiare finalmente prospettiva, affidarsi al ruolo dell’arte e della cultura per restituire speranza e immaginazione, per ricreare il senso di una comunità, per restituire una visione complessa della realtà quando si tende sempre più a semplificare, a stimolare emozioni forti che richiedono reazioni immediate e superficiali. Il perché non riesco a capirlo onestamente, mi sembra che si agisca sempre rispondendo a una perenne emergenza che giustifica ogni decisione, ma che continui a mancare una visione per produrre cambiamenti reali, facendo tesoro di ciò che ci ha insegnato questa pandemia.

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