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Un podcast per raccontare le donne afghane

L’incontro di oggi è con Agnese Palmucci, 27 anni,giornalista praticante, appassionata di storie. Ha studiato lettere per imparare dai grandi a raccontare gli uomini e le donne, e la loro fragile meraviglia. Con l’Azione cattolica ha imparato a mettere le mani al servizio degli altri. Le  piace scrivere di cronaca, politica ed esteri.

Perché hai scelto proprio un podcast per raccontare il terribile momento che stanno attraversando le donne afgane?

Io e le mie due colleghe, Claudia Torrisi e Francesca Funari, abbiamo scelto di realizzare un podcast perché non ha filtri. La disillusione di chi ti parla, il tremore della voce, la rabbia che stenta a rimanere nascosta. Tutto questo non può venire fuori da un’intervista scritta, e con i podcast il giornalista fa un passo indietro, lascia il primo piano ai protagonisti della storia, che qui sono le donne afgane. Gli stessi rumori impercettibili sotto le voci sono parte della narrazione, perché arrivano da Kabul. La stessa lingua farsi con cui alcune di loro si esprimono nel podcast è sinonimo di verità, di presa diretta. Un buon podcast dovrebbe portare chi lo ascolta a camminare accanto alle persone che stanno raccontando i fatti, quasi a respirare gli odori di quelle strade.

Come sei entrata in contatto con queste donne?

Abbiamo intervistato quattro donne afgane, Farahnaz Mustawafi e Alina Ghyasi, attiviste rimaste in Afghanistan, e poi Shabnam Bayani e Zahra Adeli, giornaliste fuggite negli Emirati Arabi e in Irlanda dopo l’arrivo dei talebani. Tutte e quattro avevano un gran desiderio di denunciare cosa sta accadendo nel loro Paese, i diritti negati, l’oppressione, il terrore di vendette. Le abbiamo rintracciate tutte via Twitter e grazie a contatti che mi ha passato un amico giornalista afgano, anche lui scappato lo scorso agosto. Devo dire che abbiamo tentato molte strade per metterci in contatto con loro, soprattutto per arrivare alle donne rimaste in Afghanistan, nascoste per paura. Ci interessava particolarmente la loro voce, quella di chi sta organizzando le manifestazioni nelle piazze, a rischio della vita, per chiedere istruzione, lavoro e diritti umani. Le associazioni italiane che operano nel Paese non sono riuscite ad aiutarci, per paura di mettere in pericolo le donne. Parlando direttamente con loro via Twitter, invece abbiamo conosciuto persone coraggiosissime, attiviste senza paura, che volevano parlare con noi, volevano fare appelli accorati all’Europa.

Qual è la storia che più ti ha colpita e perché?

Continuo a sentire ancora queste persone, proprio perché sento che la loro visione delle cose, le loro speranze sincere, i timori per il futuro ci riguardano tutti. Una di loro mi ha fatto gli auguri di buon anno, dal posto segreto in cui si nasconde con la sua famiglia in una città afgana. Sono molte le cose che mi hanno colpito e che porto nel cuore. Sicuramente la passione di Farahnaz, che mi ha raccontato delle cinque manifestazioni che ha organizzato, di quando ha sfidato a volto scoperto un soldato talebano intimandogli di smetterla di bloccare le proteste delle donne. Sapeva di essere invulnerabile in quel momento perché circondata dalle telecamere dei media internazionali. Ma adesso quelle luci si stanno spegnendo lentamente, e lei lo immaginava. Poi mi restano nel cuore gli appelli accorati di Alina, che implora l’Europa di non voltare le spalle al suo popolo.

Dove si può ascoltare il tuo podcast?

Il podcast “A volto scoperto. La voce delle donne di Kabul” si può ascoltare su SoundCloud al link https://bit.ly/3qZ1cWQ e sul sito Lumsanews.it

Hai ricevuto qualche feedback che ti ha particolarmente colpita e sorpresa da qualche ascoltatore/rice?

Ci sono arrivati moltissimi feedback positivi, e di questo sono molto felice. Davvero quelle voci avevano una potenza enorme, anche sole, senza che noi dovessimo aggiungere poi chissà cos’altro. Ci hanno detto che si capisce sulla pelle cosa sta accadendo e che le ragazze che parlano sono come un pugno allo stomaco. Purtroppo trapela poca speranza, ma questo è.

Quali sono a tuo avviso le donne maggiormente in pericolo in Afghanistan?

Le donne più in pericolo, secondo quanto ci raccontano, sono quelle più in vista perché ex collaboratrici del governo precedente, attiviste per i diritti umani, giornaliste o ex membre delle forze armate. Sono le donne che avevano potere quelle che danno più fastidio ai talebani. Durante i vent’anni dell’occupazione americana i diritti umani avevano fatto dei passi avanti, c’erano donne pilota, donne a capo di dipartimenti politici, donne conduttrici tv. In generale ora tutte sono in pericolo, dalle bambine, vittime sempre più di matrimoni forzati, alle ragazze date in spose ai talebani, alle giovani che non possono più studiare né uscire di casa senza un uomo della propria famiglia. Le donne non possono più lavorare, vengono allontanate un po’ alla volta da tutto e sepolte nelle case. Perfino i volti femminili nelle pubblicità disseminate per le città vengono oscurate con vernice nera.

Come ben sai, abbiamo uno specifico focus sulla cultura. Cosa significa per una ragazza/donna afghana accedere alla cultura?

La cultura per le afgane, come poi per tutti gli esseri umani, è un portale d’accesso a una vita consapevole della dignità di ogni creatura. Le donne con cui abbiamo avuto l’onore di parlare ci hanno raccontato l’immane sofferenza di vedere chiuse, per loro, le porte delle scuole e delle università.  Studiare significa sapere che la propria voce ha un valore importante e unico, e che non c’è nessuna legge umana o divina che giustifichi i talebani nel fare ciò che stanno facendo. Significa poter alzare la testa, sicure di stare dalla parte giusta, prendersi le proprie responsabilità in ogni campo, certe di poter tenere testa a chiunque. Studiare significa per loro anche poter ambire a sogni grandi, anche lontano da casa propria, o poter lottare per cambiare le cose.

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